Riassunto in italiano
Erich Langjahr
Nato a Baar (Svizzera) nel 1944, Erich Langjahr lavora come regista indipendente dal 1971. Nel 1994 fondazione
della Langjahr Film GmbH insieme con Silvia Haselbeck
(Produzione di film documentari per il cinema, distribuzione delle
produzione propria e dei film di Walter Marti e Reni Mertens, Isa Hesse ecc.)
Membro del comitato del Cine-Club FLIZ (Zugo); membro onorario dell'Associazione svizzera regia e sceneggiatura di film
(ARF) e di «Film Zentralschweiz», membro dell'Accademia Svizzera del Cinema.
La sua opera, per la maggior parte composta da documentari per il cinema girati in Svizzera. I film di Erich Langjahr hanno ottenuto numerosi premi: «Ex Voto». «Männer im Ring», «Ballatta alpestre», «Guerra contadina» e particolarmente «Transumanza...» (Colomba d'oro a Lipsia 2002, il Premio del cinema svizzero 2003 ecc.).
| italiano | pagine in tedesco | |
| 2009 | Nascita (di Silvia Haselbeck e Erich Langjahr) | Geburt |
| 2006 | Alpine Saga | Das Erbe der Bergler |
| 2002 | Transumanza verso il terzo millenio | Hirtenreise ins dritte Jahrtausend |
| 1998 | Guerra dei contadini | Bauernkrieg |
| 1996 | Ballata alpestre | Sennen-Ballade |
| 1990 | Männer im Ring | Männer im Ring |
| 1986 | Ex voto | Ex voto |
Più su questi film e le altre opere di Erich Langjahr: vede la versione tedesca di questo sito.
45. Festival Internazionale Lipsia 2002: Colomba d'oro – Award of the Int. Ecumenical Jury – Premio Don Quijote della Fondazione Internazionale dei Circoli del Cinema
Premio del Cinema Svizzero 2003: Miglior Documentario
« Dal ricco raccolto di un anno cinematografico svizzero, particolarmente fertile nell'ambito del documentario, questo film è il racconto di una vita che segue il ritmo delle stagioni. Uomini e famiglie, che per libera scelta si sottomettono alla dura quotidianità della vita dei pastori, fatta di privazioni, vivono l'ordine della natura come libertà personale. In quest'opera, nemmeno le immagini e le scene più sublimi lasciano spazio a sentimenti nostalgici. Il linguaggio classico crea una sobrietà formale entusiasmante. Eric Langjahr, produttore di se stesso, dopo "Ballata alpestre" e "guerra contadina" conclude, con "Transumanza verso il terzo millennio", una
trilogia. Un lavoro durato 10 anni, un'opera senza eguali. »
Laudatio per « Transumanza verso il terzo millennio »
Premio dei comuni del Wasseramt
« Erich Langjahr, originario della Svizzera interna, fa parte dei pochi che realizzano i loro film da soli e li accompagnano fino nelle sale cinematografiche. Egli è nel contempo autore del copione, regista, operatore, produttore e distributore: una prestazione di tutto rispetto! Oltre a conoscere bene il suo lavoro, questo cineasta conosce anche gli esseri umani che compaiono nei suoi documentari, comprende il loro lavoro, le loro aspirazioni e preoccupazioni. Ci ha ripetutamente stupito con il suo approccio delicato al mondo rurale e con la sua immedesimazione nei suoi ritmi. Ad esempio con la sua trilogia contadina, la cui ultima parte, già più volte premiata,
"Transumanza verso il terzo millennio", è stata ultimata lo scorso anno. Senza essere condizionato dalle tendenze e lontano dalle grandi città, Erich Langjahr ha sviluppato un proprio linguaggio cinematografico, che fa bene alla cinematografia
svizzera. »
Laudatio per « Transumanza verso il terzo millennio »
1998, 35mm, 84 min., colore, Dolby SR, 1: 1.66, tedesco
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«Bauernkrieg» di Erich Langjahr è, dopo «Sennen-Ballade», il secondo film della trilogia paesana sulla problematica della vita contadina sul finire dei ventesimo secolo.
La comunità rurale degli anni '90 è all'erta, e Langjahr ne registra i problemi più pressanti e le preoccupazioni più opprimenti. La trama si sofferma sullo svolgersi di varie situazioni e comportamenti sintomatici dell'evoluzione e progressiva inadeguatezza (ed è proprio questo il
leit-motiv dei film) dei metodi di produzione di una comunità rurale legata, in tal caso, all'allevamento dei bestiame. Langjahr esplora tutta una serie di situazioni, che vanno dalle aste di prodotti agricoli che ormai non soddisfano più le esigenze finanziarie dei proprietari ai più efficienti metodi di riproduzione della specie, dal commercio internazionale dello sperma alla macellazione industriale.
Il regista presenta tali vicende come archetipi necessari al procedere dei suoi pensieri. Il film di Langjahr non è tanto un reportage che illustra una questione, quanto invece un testo che narra una favola dignitosa ed edificante. Erich
Langjahr rinuncia a statistiche, ad esperti, a commenti. Le immagini parlano da sé.
Bauernkrieg non descrive soltanto la lotta per la sopravvivenza di una professione in via d'estinzione. E' una cronaca scottante di un'epoca in cui la merce è più importante
dell'uomo. E' un film sulla nostra società dei consumi e sul limiti della globalizzazione e dei rapporto tra uomo e natura. Film sconvolgente,
Bauernkrieg costituisce un'insistente disamina che sintetizza una posizione critica senza ignorare tali complesse
vicende psicologiche ed economiche. In altre parole, si tratta di un film politico che scuote e sconcerta, girato In Svizzera ed incarnante una problematica globale.
Più su questo film: vede pagina in tedesco
Il secondo capitolo di una trilogia dedicata ai contadini:
La guerre des paysans
Il regista svizzero Erich Langjahr annunciò nel 1997 l'intenzione di realizzare un'opera, divisa in tre capitoli, dedicata alla vita dei contadini. Nello stesso anno ne presentò il primo capitolo
Sennen-Ballade, un documentario dedicato alla vita quotidiana di un alpigiano, produttore di formaggio, e della sua famiglia alla fine del ventesimo secolo. In
Sennen-Ballade Langjahr poneva il problema dell'identità tentando di denunciare la grande e profonda contraddizione che caratterizza la vita contemporanea. Tanto
Sennen-Ballade era silenzioso, tanto La Guerre des Paysans è rumoroso, tanto il primo era contemplativo e sereno, tanto il secondo è arrabbiato ed agitato. Dalle alpi, Langjahr è sceso nelle città. Il suo secondo documentario si apre sulle immagini della manifestazione di protesta dei contadini nel 1992 a Lucerna, tra campane e fischi, quando finalmente i
"paysans" presero la parola, per chiudersi su quelle di un'altra manifestazione, quella di Berna del 1996. Mostrando ancora una volta di più quanto poco conti il mondo contadino, come non venga ascoltato dalle autorità tanto con le sue proposte che con le sue rivendicazioni.
I contadini degli anni '90 sono in allerta e Langjahr ne racconta i problemi principali e i malesseri dominanti. I contadini svizzeri da sempre si occupano anche dell'allevamento, in particolar modo di quello bovino. Il viaggio inizia presentando tutti i contadini che hanno dovuto vendere tutto ciò che possedevano per poter continuare a sopravvivere. Gli altri si sono invece dovuti adeguare a fare propri tutti i metodi della riproduzione per ottenere bestie più produttive, grazie al commercio internazionale di sperma. Langjahr esplora anche questo mondo, non per regalarcene un reportage illustrativo ma quasi come fosse un racconto dal quale trarre una morale. Una descrizione minuziosa dell'inseminazione artificiale delle mucche, ci offre tutte le informazioni scientifiche in modo chiaro e semplice. Ma c'è dell'altro, perché Langjahr non nasconde mai la possibilità di una lettura politica di questi metodi e, anzi, denuncia chiaramente le logiche sotterranee che impostano la produzione industriale del latte e della carne. Chi
avesse voluto ignorare il problema dell'inseminazione artificiale delle mucche ora si ritrova bene informato.
E non meno lo potrà essere su quanto accade dentro le mura del macello, dopo aver visto una lunghissima sequenza nella quale un'impietosa macchina uccide incessantemente, che assumerà tutto il suo significato nel momento in cui si vedranno tutti i resti i delle bestie trasformarsi in mangime per altre bestie. Il cerchio così si chiude, le bestie mangiano se stesse, in un riciclaggio vertiginoso. Lo spettatore ora è perfettamente a conoscenza di quanto succede agli animali e anche delle condizioni imposte da un sistema che si sta imponendo giorno dopo giorno, malgrado le manifestazioni e le proteste dei contadini.
Erich Langjahr appartiene ancora alla generazione dei registi impegnati, di quegli ai tori che ritengono ancora il cinema essere un luogo d'incontro e di cozzar d'idee.
Da Sennen-Ballade, nel quale Langjahr era alla ricerca ( un'identità a La Guerre des
Paysans, nel quale il regista sembra concludere che non c'è possibilità di sopravvivenza senza l'oblio definitivo della propria identità e dell'indipendenza. Ma è veramente questa la strada giusta? Un film importante perché il spettatore possa scoprire una realtà che nemmeno la televisione ormai racconta più. Un film interessante, istruttivo e estremamente duro, concentrato su un'insistenza dell sguardo per giungere ad un punto di vista critico che non ignori la complessità delle realtà economiche e psicologiche. Un film politico, impertinente e vigoroso, girato in Svizzera ma in grado di si suscitare un interesse ben pi vasto.
La RegioneTicino, Febbraio 1999
1996, 35mm, 100 min., colore, Dolby SR, 1: 1.66, tedesco
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Questo film offre al pubblico uno spaccato senza commento della vita quotidiana di una famiglia alpina alle prese con la produzione di latticini in un contesto di fine XX secolo.
Un capitolo molto speciale della comédie humaine. La "Family of Man" in una dotato e consolidata ambientazione svizzera. Ma a Erich Langjahr non preme soltanto la conservazione nel senso tipico di un museo; il suo concomitante scopo di realizzare una parabola traspare in una dimensione prettamente poetica. Il termine "ballata" dei titolo testimonia la presenza di una struttura narrativa che il regista esperisce con pregevole coerenza.
"Il film affronta la questione dell'identità, tentando di sensibilizzarci sulle gravi contraddizioni che caratterizzano la nostra esistenza. Chi sono io? Che sto facendo? ".
(Erich Langjahr)
Sceneggiatura, regia, fotografia e montaggio: Erich Langjahr
Suono, assistente alla camera e al montaggio: Silvia Haselbeck
Musica: Mani Planzer; Percussioni: Fritz Hauser
Produttore: Erich Langjahr
Produzione: Langjahr Film GmbH
Il documentario Sennen-Ballade di Erich Langjahr
Antonio Mariotti (Corriere del Ticino, 17 aprile 1998
Mentre sta per prendere il via il principale appuntamento nazionale dedicato al cinema documentario (il festival
"Visíons du Réel"
...), nelle sale ticinesí si possono vedere due film svizzeri estremamente diversi fra loro, ma molto significativi quanto agli orientamenti di questo genere di produzioni, non solo nel nostro paese.
Gli uomini del sale in Tibet di Ulrike Koch (presentato proprio un anno fa a Nyon e attualmente in programmazione al Corso di Lugano) fa pane di quel filone che
– da sempre – ha portato i documentaristi a spingersi negli angoli più sperduti del pianeta per farsi testimoni di eventi poco o per nulla conosciuti in Occidente e che
- in questo caso - rischiano addirittura di essere cancellati dalla politica di repressione contro qualsiasi rito tradizionale, in atto in
Tibet da parte delle autorità cinesi. Girato praticamente in situazione di clandestinità grazie all'uso dei nuovi mezzi di ripresa digitali, il film di UIrike
Koch, si propone cosi come documento etnografico ma al tempo stesso politico. Una combinazione di intenti che non può che far bene al cinema documentario.
Una definizione che si applica perfettamente anche a Sennen-Ballade, primo capitolo di una trilogia sul mondo in piena mutazione dell'agricoltura svizzera, girato da
Erich Langjahr praticamente da solo (con un'unica collaboratrice durante le riprese e il montaggio). Il film si presenta infatti come un'interessante incursione su un altro sentiero molto battuto da tutti i documentaristi (non solo elvetici): quello che prende in considerazione una realtà apparentemente conosciuta dalla maggior parte dei potenziali spettatori per svelarne un aspetto inconsueto e (possibilmente) sorprendente.
In questo caso, il titolo ci aiuta a capire meglio i meccanismi narrativi dell'opera e le scelte registiche dell'autore. L'idea di "ballata>~ implica infatti una concezione legata ad uno svolgimento musicale che Langjahr rende esplicita sin dalle inquadrature iniziali, soffermandosi sulla salita all'alpe da parte di un gruppo di pastori
appenzellesi, ma riuscendo nel medesimo tempo a dare spazio al contesto contemporaneo entro il quale questo rito ancestrale si compie. Questo costante contrappunto (a volte stii dente, altre volte più armonioso) fra un "passato" che sembra comunque mantenere un'estrema vitalità e suscita ancora una partecipazione attivissima (basti pensare agli antichi riti carnascialeschi) e un "presente" che cerca, con più o meno successo, di scalfirne la superficie (l'inseminazione artificiale delle vacche che ha orinai sostituito del tutto quella naturale) costituisce cosi il vero fulcro del film.
Anche perché non è certo intenzione dell'autore propinare ad un pubblico ormai assuefatto alle rigide regole del reportage televisivo l'ennesimo mosaico di interviste sulle sfortune dei contadini svizzeri di questa fine millennio (i momenti parlati sono del resto rarissimi), né tracciare il ritratto di un singolo o di una specifica famiglia rischiando di far perdere interesse al risultato finale. 1 personaggi del film si trasformano così in rappresentanti di un'etnia che vivono la loro vita in modo del tutto naturale, secondo regole antiche che si sono forzatamente adattate ai canoni della modernità. Allo spettatore non resta che osservare e non è poco, poiché le immagini colte dalla cinepresa di Langjahr nell'intimità di questo mondo sospeso nel tempo sono ricche di significati, di contrasti. Luci e ombre che creano un'inattesa profondità.
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1990 35mm, 76 min. Versione originale: svizzero-tedesco, sottotitoli: tedesco/italiano
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Una Svizzera mentre cuore e ragione alla vigila dei Europa. Una parabola sulla democrazia diretta, rappresentata dall' ultimo Landsgemeinde" (elezioni/votazioni per alzata mano) solo di uomini a Hundwil in Cantone di Appenzello Esterno.
Il film, realizzato in occasione dei 700esimo anniversario della Confederazione elvetica, costituisce l'ultima parte di una trilogia iniziata con Morgarten findet statt (1978) e ,Ex voto" (1986). A Hundwil, un piccolo villaggio appenzellese, gli uomini sono chiamati a decidere se dare o meno il voto alle donne. La democrazia diretta (Landsgemeinde) costituisce il punto di partenza per la descrizione di un mondo radicato nella tradizione e retto da valori tramandati attraverso i secoli. Questo ordine immutabile si trova pero in conflitto con la vita moderna e le esigenze di una nuova generazione disorientata e alla ricerca di un'identità, di sicurezze e di un futuro.
Sceneggiatura, produzione e regia: Erich Langjahr
Fotografia: Erich Langjahr, Otmar Schmid, André Simmen
Suono: Silvia Haselbeck, Ingrid Städeli, Ruedi Guyer
Montaggio: Edwige Ochsenbein
Musica: Mani Planzer con MorschAchBlasOrchester
Collaboratori: abitanti intorno al Landsgemeindeplatz a Hundwil (Appenzello)
Misto: Pierre André Luthy
Distribuzione: Langjahr-Film GmbH
Männer im Ring, personale contributo di Eric Langjahr per il 700.mo della Confederazione: un film che documenta la storica Landsgemeinde di Hundwil (Appenzello esterno) durante la quale gli uomini con lo spadino decisero con una maggioranza risicata di accordare alle loro donne il diritto di voto in materia cantonale, e quindi il diritto di cittadinanza nel "Ring" dove si svolge l'assemblea popolare. Il film non manca di momenti assai felici, ma non sempre riesce a conservare l'humour pungente che alcuni personaggi ritratti involontariamente trasmettono.
Eco di Locarno 1991
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106 min., 1986, 16 mm, colore
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Realizzazione, immagini, suono e montaggio: Erich Langjahr
Produzione e distribuzione: Erich Langjahr
Guglielm Volonterio
La molteplicità dei problemi che assillano oggi la campagna e la connessa civiltà rurale, ha rinnovato il documentario di questo genere che ha recuperato l'atteggiamento cnntemplativo e un coinvolgimento sentimentale, espressi nel recupero di tutta una teoria di valori tradizionali. E il caso di Ex voto, che mette in luce il suo realizzatore, il 43enne Erich Langjahr, operante dal 1973 come uno dei migliori documentaristi svizzeri. L'intenzione prima di Langjahr è quella di rivisitare il luogo natio, nell'altopiano collinare tedesco ormai assediato dall'urbanizzazione e dai relativi problemi, eppure ancora testimone di una civiltà rurale basata sul diuturno lavoro dei campi, sul senso dell'economia, su una mentalità pronta a fronteggiare qualsiasi avversità grazie a tenacia e fierezza, e quindi a gioire delle piccole cose domestiche, del fluire dei giorni e delle stagioni, della salute del proprio spirito attivo. L'investigazione, che ha per scopo la vaga evocazione del passato attraverso il presente, andrà lentamente incentrandosi su un'anziana contadina, prototipo dell'energia creativa di quella gente, capace di opporre alle miserie una forza interiore che si esprime in un ottimismo sagace e attivo, in una propensione a partecipare ai fatti del mondo attraverso l'attività del proprio spirito. Evidentemente si tratta un po' di una macchietta, ma il personaggio è così immerso nella sua trepidante umanità che ci commuove e ci diverte nei suoi comportamenti e nei suoi atteggiamenti con gli altri e con gli animali da cortile, attraverso i quali emerge il primordiale senso della sopravvivenza, una pratica delle cose che la rende volitiva, sentimentale ma non patetica. Il personaggio femminile si inquadra in una molteplicità di interessi opposti fra loro: la graduale urbanizzazione delle campagne con la distruzione delle testimonianze della civiltà rurale; i sistemi di coltivazione intensiva non consona agli equilibri ecologici; l'intervento dei pianificatori che affrontano la situazione teoricamente, senza tener conto delle attese dei contadini; tutta un'area di frattura e di contaminazione che rende ambiguo il presente e allarmante il futuro. Entro questa cornice, la donna sa tuttavia opporre il suo canto sommesso ai segni della degradazione e a quella frattura violenta fra presente e passato vissuto come squilibrio delle cose. In questa visione ampia, il realizzatore è riuscito a recuperare un costume di vita tradizionale palpitante, e con esso una partecipazione sentimentale che si traduce in una certa insistenza sul "tempo reale", sui cosiddetti "momenti perduti", su tutta una descrittività da cui emerge il senso della vita. Ne esce un quadretto da ex-voto – come dice appunto il titolo del film – perché di tono. "naif", forgiato secondo linee prospettiche che forzano quelle usuali. E infine il senso dell'hurnour che stacca e riconcilia lo spettatore, riuscendo ad amalgamare descrittività e confessione.
Corriere dei Ticino
...bisogna poi parlare di Erich Langjahr, autore del lungometraggio documentaristico "Ex Voto", un'indagine penetrante sui luoghi della sua infanzia, sulla sua percezione attuale del territorio e dei cambiamenti profondi che ha subito. Più in generale, un lavoro sull'identità, 'sul significato di appartenere a una patria, oggi e in quei posti.
E un lavoro che è durato anni e che ha richiesto al suo autore un notevole impegno al montaggio,
proprio come costruzione e espressione dei suoi sentimenti, dei suoi interrogativi anche. Qui siamo già di fronte a
un'opera compiuta, ma Langjahr, che ha passato i quarant'anni. ha alle spalle un lungo curricolo cinematografico.
Marco Badan ,Giornale de Popolo
Un'opera che racchiude sei anni di lavoro e un tipico esempio di "Heimatfilm"
Il documentario di Erich Langjahr è fra i migliori lavori presentati al festival
Tra í più bei film visti finora a Soletta, un documentario: Ex voto di Erich Langjahr, classe 1944, cineasta indipendente. del canton Zugo. Di lui ricorderemo soprattutto
Morgarten findet statt, del `78, e Made in Switzerland, dell"82. Il lavoro per
Ex voto è durato sei anni: sei anni di riprese nel paese della propria infanzia, alla ricerca di immagini che potessero rendere, conto di ciò che significa, ?oggi avere una patria. In Ticino forse si preferirebbe dire,"alla ricerca della propria
identità" o "in esplorazione di un territorio in rapida trasformazione". E film é definito dall'autore stesso un "Heìmatfllm", e di questo genere tipicamente tedesco e svizzerotedesco ha all'inizio le principali caratteristiche: lo sfondo rurale, con vacche e contadini, il nucleo famigliare con le sue tradizioni, le manifestazioni folcloristiche (per l'occasione la commemorazione della battaglia di Kappel con relativa zuppa di pane e latte). Si delinea poi un personaggio femminile, una grossa e sgraziata contadinotta felice di esistere nella sua ingenua fede in Dio e nella Madonna, nel suo asservimento a un marito trovato per caso, ai figli dono della
Provvidenza e a un lavoro fatto di quotidiana, monotona fatica. E la sua gioia di vivere la canta,
letteralmente, improvvisando testi sconnessi su melodie stonate. Dietro e dentro di lei, per tre quarti di film, sempre le verdi colline con peri e ciliegi, la fattoria con gli animali amati e sgozzati per le feste, un convento con le monache che lavorano i campi e pregano per la salvezza di tutto il mondo, pardon, di tutta la nazione. Ma questa immagine del paese è ormai
minacciata: una cava rosicchia sempre più terreno ai pochi contadini rimasti, la nostra simpatica eroina va a fare la spesa (sacco di
globe-trotter sulle spalle) alla Migros e al Denner, dapprima ancora a piedi poi in motorino, e uomini in cravatta progettano addirittura di cambiare il profilo delle colline.
Sei anni sono molti per un film. pochi per un paesaggio che cambia, ma quello
che offende fa vista dello spettatore negli ultimi venti minuti è ormai segnato dall'irreversibile disastro ambientale: lo stesso che abbiamo sotto gli occhi nei nostri fondovalle, dove poco tempo fa era campagna. L'immagine della patria, nel percorso della memoria
alla realtà, è ormai a fuoco e a questo punto basta solo ricordare che c'è anche un esercito che la difende, con le stesse parole con le quali ha sempre difeso l'immagine che ora non c'è più.
Ex voto non è soltanto esplorazione di una realtà profondamente mutata. E soprattutto un
viaggio interiore, nei paesaggi della memoria che cadono sotto i colpi di un progresso che avanza alla cieca e che assurdamente continua a riproporre gli stessi valori che va distruggendo. Un film del
genere occorrerebbe farlo anche in Ticino, perché la cosiddetta nostra identità non è fatta solo di parole, ma anche di immagini. Che abbiamo dentro di noi e attorno a noi tutti i giorni.
Michele dell'Ambrogio, Eco di Locarno
Più: vede la pagina in tedesco
Più su questi film e su Erich Langjahr: vede la versione tedesca di questo sito.
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